"I campi di lavoro forzati non sono poi cosi' male. Ce ne hanno fatto visitare uno al corso di addestramento di base. Ci sono le docce, e letti con i materassi, e attività ricreative come la pallavolo. Attività artistiche. Si possono coltivare hobby come l'artigianato, ha presente? Per esempio, fare candele. A mano. E i familiari possono mandare pacchi, e una volta al mese loro o gli amici possono venire a trovarla - Aggiunse: - E si può professare la propria fede nella propria chiesa preferita.
Jason disse, sardonico: - La mia chiesa preferita è il mondo libero, all'aperto." (Philip K. Dick)

lunedì 23 maggio 2011

Oltre la specie: Risposta a FederFauna sul servizio del TG1



Quella che segue è una risposta di OLS a FederFauna, nello specifico a
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Scriviamo questa lettera a nome di Oltre la Specie, in merito alla contestazione di FederFauna al servizio “Allevamenti da incubo” mandato in onda dal Tg1 del 20 Maggio 2011.

La principale preoccupazione di FederFauna, di fronte ad un servizio sugli allevamenti andato in onda in prima serata su RaiUno, sembra essere quella della “par condicio” mediatica riguardo al tema in questione.

Pare molto scandaloso - a costoro - che per fare un servizio sullo sfruttamento animale ci si sia affidati a degli animalisti, un po’ come ci si potrebbe scandalizzare se di cervelli parlassero i neurologi.

Quando si tratta di animali sfruttati per la loro carne, per il loro latte o per qualche altro redditizio prodotto, due sono essenzialmente le parti in causa: gli allevatori e gli animali.

Nelle varie occasioni in cui il tema viene affrontato sui mezzi di comunicazione di massa, è notoriamente raro che il punto di vista degli animali emerga, anche solo in forma di “contraddittorio” espresso da singoli o associazioni animaliste. Intere puntate di trasmissioni rivolte ai consumatori italiani si prodigano nel mostrare la bontà degli allevamenti nostrani, intervistando mungitori, macellai, proprietari di aziende agricole, rappresentanti di categoria, senza mai mettere in dubbio la legittimità del loro operato, senza mai domandarsi se chi viene munto e mandato al mattatoio sia della stessa opinione.

Non dubitiamo del fatto che molti dei dati presentati da allevatori e zootecnici possano essere formalmente corretti: in alcune aziende gli animali “godono” di spazi un po’ più ampi, in alcune mangiano foraggio biologico, in altre gli animali vengono lasciati in vita qualche settimana in più, in altre ancora il latte delle mucche viene in parte conservato per i figli che sono stati loro tolti alla nascita. Tuttavia, nessuno pone le domande fondamentali: che diritto abbiamo di disporre della vita di esseri in grado di gioire e soffrire esattamente come noi? Che diritto abbiamo di segregarli, inseminarli a forza, separarli dai genitori, mutilarli, riempirli di farmaci e infine mandarli al macello quando cominciano a rappresentare un costo eccessivo? "Non hanno forse organi, membra, sensi, affetti, passioni? Se li pungiamo non sanguinano? Non muoiono se li avveleniamo?"

Di fronte a queste domande, la par condicio è violata apertamente ogni giorno, su ogni canale televisivo, ogni stazione radio, ogni quotidiano.

Pensando a quegli animali – esseri in grado di soffrire - sfruttati fino alla morte, non possiamo sinceramente trovare alcuna scorrettezza in un servizio che ha finalmente detto le cose come stanno, lasciando agli spettatori la possibilità di riflettere autonomamente, ridando voce – attraverso gli animalisti – a coloro che sono stati esclusi dalla considerazione morale. Siamo certi che la voce di chi trae profitto da queste vite e da queste sofferenze avrà ampio spazio per ribattere al punto di vista degli animali, a partire da domani.

Arriverà mai un giorno in cui ogni volta che qualcuno pubblica o trasmette l’apologia di queste attività, in cui ogni volta che qualcuno denigra a mezzo stampa chi ha scelto di non mangiare carne, latte e uova, in cui ogni volta che qualcuno sminuisce la dignità degli animali e delle lotte in loro difesa, sarà data possibilità di replica agli animalisti, anzi ormai usiamo il termine corretto: agli antispecisti? Se mai questo tempo arriverà, saremo ben lieti di offrire altrettanto spazio a chi gli animali li sfrutta, per provare ad argomentare a favore della schiavitù animale.

Due altre cose vorremmo però sottolineare per completare la nostra risposta a FederFauna.

Il comunicato stampa afferma quanto segue: “Qualsiasi produzione animale è garantita essenzialmente dal benessere, dalla salute e da un’appropriata alimentazione degli animali”. È evidente che abbiamo visioni diverse del concetto di benessere, e forse anche di salute. Nel caso specifico, dobbiamo dedurre che per FederFauna il benessere di un vitello è compatibile con la separazione dalla madre alla nascita, o con la sua reclusione in un box in cui riesce a malapena a girarsi su se stesso. Speriamo solo che non intendano applicare il loro concetto di benessere anche agli umani: nessuno può essere così cinico da giustificare – in nome della produttività o della qualità di una produzione – la separazione di un bambino dalla madre e la sua reclusione in una gabbietta. E nessuno potrebbe essere poi così impudente da far notare che in fondo al figlio viene dato proprio il latte della madre che non vedrà mai più.

Inoltre, nel comunicato si legge: “Persone che rappresentano solo se stessi, quali sono gli animalisti, hanno potuto veicolare il loro punto di vista a danno dell’allevamento italiano, ad un pubblico di Cittadini che vuole sicuramente bene agli animali, ma che per la stragrande maggioranza il latte lo beve e la carne la mangia”. A prescindere dal fatto che probabilmente la maggior parte dei consumatori umani mangia animali e loro prodotti anche perché non ha mai avuto modo di vedere da dove realmente provengano tali prelibatezze, ci permettiamo di dissentire su questo concetto di rappresentanza, in cui è contenuta tutta la millenaria arroganza del genere umano. No, noi animalisti non rappresentiamo noi stessi o i nostri interessi, come invece è palesemente il caso di FederFauna. Al contrario, ci sforziamo di rappresentare gli interessi di tutti quegli individui che non appartengono alla nostra specie, ma che sono – tuttavia – molto più numerosi dei consumatori stessi: centinaia di milioni di animali solo in Italia, rinchiusi ed uccisi, animali che se potessero non ci penserebbero due volte a battersi per l’abolizione totale di ogni allevamento e di ogni mattatoio. Sono, e devono essere gli animalisti a preoccuparsi degli animali. Perché? Perché sono gli unici che hanno prestato gli occhi agli animali per piangere, e la bocca per esprimere liberamente il loro dissenso al morire.

Ma poi, vorreste che fossero i sorveglianti a descrivervi la realtà dei campi di concentramento? Potrebbero mai loro raccontare obiettivamente l’orrore che lì ha luogo? Un carnefice potrebbe mai raccontare con obiettività e con sguardo compassionevole la crudele, violenta e dolorosa fine a cui condanna le proprie vittime? Chi compie atti disumani e crudeli su altri individui, senza alcun rimorso di coscienza o senza averne reale consapevolezza, potrà mai renderne conto con obiettività? Ma in generale, vorreste mai sentire un’unica campana, magari la più interessata dal punto di vista economico, su argomenti di importanza vitale per voi stessi e la società?

Questa è la pretesa degli allevatori: essere l’unica voce a raccontare la realtà degli allevamenti. Pretendono che i recinti in cui rinchiudono gli animali, ingozzandoli per farli crescere oltre misura e velocemente per portarli il prima possibile al patibolo, siano silenziosi e inaccessibili per secretare l’orrore di ciò che avviene al loro interno e rendere invisibile alle coscienze dei consumatori l’urlo di disperazione che proviene da ognuna di quelle vittime a cui è impedito di godere la vita e la libertà che sono loro proprie.

Gli allevatori, probabilmente per generazioni, hanno zittito le proprie coscienze, si sono abituati alla violenza tanto da poterla praticare quotidianamente come fosse la cosa più normale al mondo, si sono resi sordi e ciechi agli sguardi e alle urla di terrore degli animali imprigionati negli allevamenti. E pretendono che ognuno di noi faccia la stessa cosa, pretendono che la sensibilità che è in noi soccomba per poter continuare ad uccidere, boccone dopo boccone, miliardi di vite animali. Pretendono che l’abitudine alla violenza, assopendo le nostre coscienze, ci renda dei carnefici inconsapevoli. Possiamo permettere che la nostra umanità, il senso di pietà e la compassione, che ci distinguono da loro, soccombano davanti agli interessi economici di un gruppo molto ristretto di individui e già ampiamente sovvenzionato dalle istituzioni con le nostre tasse? Vogliamo che sia il denaro il valore fondante la nostra società, o vogliamo che lo siano la giustizia, la libertà, il rispetto per la vita, per tutte quelle vite animali i cui corpi sono quotidianamente segregati, straziati, smembrati, ridotti a brandelli insieme alle nostre coscienze e alla nostra umanità? Null’altro che questo chiedono gli animalisti e gli antispecisti: che si inizi a guardare con compassione e rispetto al nostro rapporto con gli animali; che si dia agli animali la possibilità di dirci quanto amano la vita e la libertà, e di vivere liberamente le loro vite, proprio come è dato ad ognuno di noi.

Nella prigionia, in qualunque forma di prigionia, non può esserci benessere. Nella negazione di una vita libera e piena non possono esserci amore e rispetto. Risulta ingenuo, o forse ipocrita, chi parla di benessere e amore per gli animali mentre li tiene in catene e all’ingrasso per poi mandarli, prima che giunga il loro tempo naturale, alla morte, ad una morte atroce, crudele, violenta.

Chi ha perso la capacità di avere compassione e pietà verso il dolore e la sofferenza degli altri, dei deboli, degli indifesi (come lo sono gli animali negli allevamenti), e, ancor più, chi ha zittito la propria coscienza a tal punto da poter compiere, senza scrupoli, azioni e lavori violenti e crudeli, ha bisogno di aiuto perché recuperi quell’umanità che ha smarrito. Egli stesso è vittima di un sistema economico e produttivo che obbliga alla disumanizzazione. È necessario che la società intera, ognuno di noi, si faccia carico di questo enorme problema. La “questione animale”, il modo in cui trattiamo gli animali non riguarda esclusivamente le vite degli animali, ma è fondamentale anche per comprendere chi siamo e chi, come specie e come società, vogliamo essere. È necessario iniziare a pensare, insieme, noi insieme agli animali, ad un mondo diverso dove prevalgano il rispetto per la vita e la libertà piuttosto che l’egoismo, l’arroganza e l’avidità. Questo è l’antispecismo che tanto spaventa FederFauna: la fine autentica di ogni forma di oppressione. Un mondo senza violenza possibile a partire da noi stessi, e dalla nostra testimonianza personale e militanza politica. Noi, questa speranza di un mondo migliore, la serbiamo anche per voi. E dunque prenderemo le vostre critiche, ancora una volta, come un monito ad andare avanti e a consentire, ai vostri nipoti di non vergognarsi per i loro nonni che sapevano ma restavano in silenzio. Che guardavano la morte degli altri animali e ne gioivano in cambio di un pasto succulento. Qualcosa di buono, in questo mondo c’è. Rifletteteci un po’ prima di rispondere d’impulso ogni qualvolta un cambiamento radicale vi si palesa davanti.

Oltre la specie