"I campi di lavoro forzati non sono poi cosi' male. Ce ne hanno fatto visitare uno al corso di addestramento di base. Ci sono le docce, e letti con i materassi, e attività ricreative come la pallavolo. Attività artistiche. Si possono coltivare hobby come l'artigianato, ha presente? Per esempio, fare candele. A mano. E i familiari possono mandare pacchi, e una volta al mese loro o gli amici possono venire a trovarla - Aggiunse: - E si può professare la propria fede nella propria chiesa preferita.
Jason disse, sardonico: - La mia chiesa preferita è il mondo libero, all'aperto." (Philip K. Dick)

giovedì 22 maggio 2014

L'ingiustizia del "cibo giusto": Serge Latouche e la decrescita "felice" fra salami e prosciutti



L'INGIUSTIZIA DEL "CIBO GIUSTO"


Proprio nello stesso periodo in cui è in atto la Settimana Mondiale per l’Abolizione della Carne, Serge Latouche, teorico della decrescita, sarà a Pisa per un incontro dal titolo “Il cibo giusto”.

Noi non sappiamo quello che dirà Latouche, sappiamo solo che, al termine, ci sarà un aperitivo a filiera corta con vari prodotti tra cui ricotta, prosciutti, salami, coppe…

“Il cibo giusto”. E’ proprio il titolo di questo incontro che colpisce, che punta il dito sulla questione basilare e nello stesso tempo, con plateale indifferenza, la ignora, la mortifica, la annichilisce.
Sì! Perché la questione del cibo è proprio legata alla giustizia. Prendere qualcuno e renderlo cibo, renderlo prodotto, renderlo merce significa dimenticare il proprio simile animale, significa relegarlo a qualcosa che posso usare, sfruttare, manipolare e gestire come una risorsa, come un attrezzo, come un bene. Significa anche e soprattutto ignorare (o fingere di ignorare!) che ad essere usato, imprigionato, gestito, ingrassato e ucciso è un individuo dotato di coscienza, pensieri, sensibilità, intelligenza.

Noi tutti sappiamo che cos’è un’ingiustizia. Forse non tutti riusciamo a definirla in modo corretto e impeccabile, ma per il solo fatto di essere in questa civiltà, sappiamo di cosa si tratta, lo sappiamo per averla subita, per averla vissuta, per averla vista applicare su chi abbiamo intorno. Quando vedi un’ingiustizia ne senti il peso e, un po’, ti ribolle il sangue e vorresti agire, reagire. Questo accade perché sai che anche quella, come tutte le altre ingiustizie, potrà proliferare, potrà sopravvivere ed espandersi proprio grazie alla tua indifferenza. E’ strana l’ingiustizia! Non ammette neutralità. O ti schieri contro o, in automatico, stai favorendo il carnefice, colui che la vuole applicare, colui che se ne sta avvantaggiando.

Lo specismo, quella complessa e millenaria ramificazione di condizionamenti che ci portiamo addosso, consente incredibili scappatoie, permette, ad esempio, di parlare di giustizia, proprio mentre si sta festeggiando sul cadavere di un individuo a cui è stata tolta libertà, un individuo che è stato tenuto rinchiuso, un individuo a cui è stato impedito di vivere secondo le proprie aspettative, la propria indole, il proprio modo di percepire e interpretare la realtà. La giustizia, allora, viene rinchiusa in un rigido compartimento. Il cibo è giusto se è buono e mi fa bene. Il cibo è giusto se è autoprodotto. Il cibo è giusto se non entra al supermercato, se non è confezionato, se ha la filiera corta. Il cibo è giusto finchè l’asse del ragionamento riesce a mantenersi saldo e prepotentemente ancorato all’umana superiorità, ad una visione del mondo in cui chi è diverso è anche situato su un gradino più in basso. Un tempo, su quel gradino più in basso (ma ancora oggi), ci stavano gli schiavi umani. Fornivano lavoro giusto perché tanto erano “quasi umani” e naturalmente destinati ai lavori imposti, erano diversi da noi. Un tempo (ma ancora oggi) ci stavano le donne. Inferiori, usate, sfruttate. E chiaramente l’elenco di chi veniva e viene posto su un gradino più in basso si potrebbe allargare a gay, lesbiche, trans, intersex, rom e a tutte le categorie rese oggetto, feticcio, categorie ridicolizzate perché diverse dallo stereotipo condiviso, diverse da ciò che evade dal modello dominate. Gli esempi sono tanti e ciascuno ha diverse sfumature e caratteristiche, ma quello che conta è l’asse portante, perché in tutti i casi la dinamica che giustifica e fortifica l’ingiustizia è sempre uguale. Il diverso può essere usato, dominato e discriminato. Il diverso è una risorsa che può essere gestita e controllata per i nostri personali interessi.

Lo specismo consente di tenere un comportamento giusto ed etico pur continuando a sfruttare e a discriminare in modo sistematico e consapevole chi è diverso, pur continuando a togliergli la libertà, pur continuando ad impedire all’altro da sé di vivere le proprie speranze, di realizzare le proprie attitudini, i propri desideri. Lo specismo è comodo e, soprattutto, indispensabile a mantenere la status quo. Basta dimenticare chi ha un corpo diverso, basta renderlo oggetto e il gioco è fatto.
Tutto questo, per di più, può avvenire nella più totale buona fede. Guardando solo all’umano, guardando solo al maschile, guardando solo al bianco occidentale si possono ignorare le più elementari norme di tolleranza, si può dimenticare l’etica, si po’ credere di compiere azioni rivoluzionarie, si può essere convinti di lavorare concretamente per il cambiamento di questa società pur continuando a rispettarne e ad incarnarne l’essenza, pur continuando a scandirne la grammatica. In realtà, come appare ovvio, non si sta facendo altro che perpetuarla rafforzandone le regole basilari.

Perché ciò che conta non è cosa si mangia!
E’ curioso, infatti, notare come il cosiddetto veganismo salutista, pur essendo vegan, segue esattamente la stessa dinamica di chi, organizzando un incontro sul cibo giusto, festeggia sulla prigionia, sulla sofferenza e sulla morte di qualcun altro. Ciò che rimane immutato è lo specismo.
Anche nel caso del veganismo salutista, infatti, l’altro da se’ (in questo caso la mucca, il maiale, la gallina…) viene dimenticato, deprivato dal suo essere soggetto di una vita per essere trasformato in oggetto/cibo che, solo per il fatto di far male alla salute, dovrebbe essere evitato. In un caso l’oggetto/cibo deve essere trattato con determinate metodologie per essere cibo giusto, nell’altro, invece, deve essere evitato proprio come si eviterebbe una sostanza tossica. Il risultato cambia, è chiaro, ma l’essenza della società specista, il suo perpetuarsi, il suo inesorabile mantenersi come struttura che domina e dirige le nostre esistenze, non viene scalfito neppure di una virgola. E come ovvia conseguenza, in entrambi i casi, a livello globale, gli umani, gli animali e l’ambiente continueranno ad essere dominati e sfruttati.

Nonostante le intenzioni, nonostante il desiderio di cambiare le cose, si finisce per essere funzionali a ciò che si vorrebbe cambiare.

La cosa più sconcertante di questo paradosso, di questo impegno attivo verso il cambiamento che diviene asservimento alle logiche del dominio, però, è un’altra, ed è legata all’evidenza dei fatti, a quanto sia chiaro e inequivocabile che abbiamo di fronte delle persone non umane, delle popolazioni di persone non umane. Di quanto questo fatto sia stato dimostrato anche da quella stessa scienza che regge e giustifica la nostra società specista. Dopo la Dichiarazione di Cambridge del 2012 sulla coscienza, infatti, è stato sancito ufficialmente che noi umani, insieme a tutti gli altri animali che imprigioniamo, segreghiamo, sfruttiamo, ingrassiamo e uccidiamo, siamo dotati di coscienza, di quella stessa coscienza che ci permette di essere consapevoli, di prendere decisioni. In questo non c’è differenza tra noi e gli altri animali!

In realtà, anche in questo caso, ritroviamo le stesse dinamiche del razzismo del sessismo, dell’omofobia. In passato era pur sempre ovvio e visibile a tutti che le persone con la pelle nera non erano quasi umani, che le donne non erano inferiori, meno intelligenti, senz’anima, senza diritti e naturalmente votate alla sottomissione. Oggi è quantomai evidente che l’omosessualità non è una malattia mentale. Eppure occorreva crederlo, era indispensabile farlo per tenere in piedi le società bastate sullo sfruttamento, le società fondate su un preciso modello patriarcale. Il condizionamento, in realtà non ancora estinto del tutto, era talmente forte che non bastava certo vedere con i propri occhi, che non bastava certo dare ascolto alla propria empatia, al proprio senso razionale. E non sarebbe bastata neppure la dichiarazione di qualche scienziato. C’è voluto e ci vuole di più, molto di più!

Ma tornando al “cibo giusto” si potrebbe anche affermare che non importa, che posso pretendere per me il cibo buono, facile, il cibo che mi dà libertà dal sistema e gusto per il palato anche infischiandomene dell’etica, anche se questo comporta il passar sopra come un bulldozer su tutti i principi di libertà e di giustizia.

Eppure non è così, non è questo il caso.
Perchè è sempre una molla etica quella che spinge a desiderare cibo a chilometro zero, che spinge a mangiare sul mater-b invece che sulla plastica, che spinge a porsi contro un sistema che pretende la crescita infinita, che spinge a lottare contro le nocività. Ma, nello stesso tempo, se questa molla etica non allarga i suoi orizzonti, se non mira più in alto, se non prende in considerazione la radice che determina lo sfruttamento e il dominio sarà sempre destinata a fallire, sarà sempre destinata a perpetuare lo sfruttamento e la devastazione, i disastri ecologici e le ingiustizie. Nessuna società libera, ecologica, etica, infatti, potrà mai nascere o rinascere fondandosi sulla prigionia, sulla sofferenza e sullo sfruttamento.


Troglodita Tribe

giovedì 10 aprile 2014

EXPO 2015: sistemi di abbattimento, tecnologie di macellazione...


EXPO, oltre che devastazione per tutt* e profitti per pochi, è anche questo: il luogo migliore per ospitare una delle più grandi fiere dell'industria della carne, Meat Tech.

"Sistemi di abbattimento", "Tecnologie di macellazione", "Carni fresche, carni congelate".... questi sono alcuni dei settori espositivi, freddamente elencati come se non si trattasse, letteralmente, di smembrare e vendere corpi di esseri che fino a poco prima erano vivi.

L'industria della carne, dunque, cerca di rilanciarsi in questa occasione. Un'occasione ghiotta per incrementare gli affari, per di più in un contesto che si presta a "ripulire" l'immagine di venditori di morte: expo 2015 è infatti dedicata al cibo, a come "nutrire il pianeta" trovando soluzioni ai problemi alimentari del terzo mondo, ecc. ecc.. Come spesso accade, tutto questo cela ben altre intenzioni.

Sono proprio queste intenzioni che devono essere smascherate.

No expo - no meat tech!

martedì 11 febbraio 2014

Tanti scoiattoli e un giraffino


La valorizzazione delle razze o specie  autoctone, a sfavore degli individui che appartengono alle altre in competizione, riconduce alle annose campagne americane contro il lupo grigio a favore del lupo rosso "puro", finite ad un certo punto con la dimostrazione che il lupo rosso era in realtà frutto di un incrocio fra il lupo grigio e il coyote. Insomma gli umani, anziché aggiornare le ricerche naturalistiche,  tendono ad ancorarsi a quello che viene considerato l'ordine naturale delle cose come dogma immutabile.

scoiattoli grigi
Ma il dogma della specie, se conduce all'azzeramento del valore degli individui, come quasi sempre accade, nasconde lo specismo: l'idea cioè che gli umani possano controllare i viventi plasmandoli secondo propri disegni mentali o esigenze anche di semplice catalogazione, spesso con distorte spiegazioni pseudodarwiniane sul concetto di importanza delle specie quali anelli della catena evolutiva. In realtà è stato ormai ampiamente provato che l'estinzione di una specie, la sostituzione di una specie da parte di un'altra, fa parte dell'evoluzione esattamente quanto lo sviluppo di specie nuove o l'adattamento di specie non autoctone a nuovi habitat.

Marius, ucciso allo zoo di Copenhagen
Dunque: perché, contro tutte le dimostrazioni scientifiche già attuate, le specie continuano ad essere considerate così importanti? I motivi essenziali si possono così sintetizzare:
1) per valore estetico , al pari del paesaggio  o delle meraviglie naturali;
2)  per valenze  simboliche inerenti all'appartenenza al pari di razza, classe, ecc...;
3) per l'esercizio del dominio, per cui si ritiene lecito compiere anche azioni  lesive sugli individui coinvolti in una pratica di selezione.

Per approfondire la questione bisognerebbe anche considerare come siano normalmente "recuperate" alcune specie ormai in prossimità di estinzione, obbligando alla segregazione alcuni degli ultimi esemplari (spesso arrivano notizie eclatanti anche dagli zoo per fare cassetta con la meraviglia da baraccone dell'ultimo esemplare uscito vivo o morto dall'arca di Noè) e si aprirebbe un altro doloroso capitolo a dimostrazione che tutto ciò che comunemente viene sdoganato come ambientalista,  in realtà nasconda un'altra oscura faccia dello specismo.


Biodiversità è Bioviolenza!


www.bioviolenza.blogspot.it


mercoledì 15 gennaio 2014

La statua di EXPO 2015: chi è cibo?


La statua "targata" EXPO esposta all'aeroporto di Malpensa
Expo 2015 ruoterà intorno all'argomento CIBO.
Argomento sicuramente centrale visto che da quello dipende la sopravvivenza di tutto il vivente.
Argomento importante per le implicazioni sociali, culturali e politiche che la distribuzione del cibo comporta.
Argomento succulento dato che il cibo è anche piacere e avventura.

Ma il punto fondamentale che EXPO probabilmente NON prenderà in considerazione, è la differenza tra chi CONSUMA cibo e chi È cibo.

Se fossimo NOI il cibo degli altri, cosa penseremmo dell'arroganza e della violenza di questa scultura promozionale di EXPO?

In questa rappresentazione grottesca dell'ingordigia umana (forse molto più vicina alla realtà di quanto possa sembrare a prima vista) l'unica cosa che non viene problematizzata è proprio la questione fondamentale: con quale diritto inforchiamo galline, uccidiamo lepri, ci mettiamo le salamelle a tracolla e, come tutti i bravi cacciatori, ci mettiamo i cadaveri attaccati al cinturone?

Lasciando perdere il machismo caricaturale di questa scultura (così esagerato da essere quasi autoironico), perché rappresentare con una sorta di Gargantua/Pantagruel (che tutto mangiano senza vergogna) un'umanità che si erge tronfia sopra il resto del vivente pur di soddisfare la sua insaziabile pancia e il suo viziatissimo palato? 

Se questa è l'immagine con cui EXPO vorrebbe reclamizzare la "questione-cibo" ai cittadini del mondo (la scultura si trova all'aeroporto di Malpensa), ci sembra che abbia imboccato un sentiero che andrà a sfociare nella comoda autostrada della BIO-Violenza.

Peccato che Gastone Mariani, attuale direttore dell'Accademia di Brera, nella  presentazione della mostra "Il dolore degli altri animali" nel marzo del 2012, avesse espresso questo auspicio: "In concomitanza con EXPO 2015, convengo che Milano, capitale mondiale della sostenibilità ambientale ed alimentare, meriti una finestra di osservazione e riflessione sul nostro rapporto con la più grande parte degli abitanti del Pianeta." Parole amaramente cadute nel vuoto pneumatico emanato del personaggio elevato sul piedistallo come un megalomane ubriaco.

Teniamoci pronti perché ne vedremo (e soprattutto sentiremo) di tutti i gusti.
L'elogio del salamino è solo l'antipasto.

Progetto Bio-Violenza
Al mattatoio felici e sani


lunedì 23 dicembre 2013

200.000 motivi + 1

Riceviamo dal Coordinamento Liber*Selvadec e pubblichiamo:

Volantino distribuito durante il corteo nazionale organizzato dall’associazione essereAnimali a Modena per “l’abolizione degli allevamenti di animali da pelliccia”. 

200.000 MOTIVI +1
 
“Con tutti gli occhi la creatura vede 
l’aperto. Solo i nostri occhi sono 
come volti all’indietro e attorno ad essa,
trappole, poste tutte intorno
al suo libero uscire. Ciò che fuori é
noi lo sappiamo solamente dal volto
dell’animale.”
R. M. Rilke, Elegie duinesi

Questo particolare periodo dell’anno è tristemente noto per l’uccisione, negli allevamenti, di milioni di visoni: viventi che, negli ingranaggi di questo sistema, diventano oggetto, merce.
Nell’ultimo anno la situazione, per i visoni, è decisamente peggiorata: nuovi allevamenti, realizzati e progettati, si aggiungono a quelli già esistenti.
La realtà ci dimostra che l’allevamento dei visoni è tutt’altro che in crisi: il settore cresce di anno in anno e le previsioni e le speranze dell’AIAV (Associazione Italiana Allevatori Visone) sono che, nei prossimi anni, decuplicherà addirittura.
Si stringe, anche in questo comparto del “Made in Italy”, un insidioso sodalizio tra “tradizione”, “economia globale” e “ecocompatibilità”.
Nel solco della “tradizione” i consolidati sistemi di allevamento di altri animali si incontrano con le nuove forme dello sfruttamento: sempre più tecnologiche e più “rispettose” del benessere animale.
“Un tipo di allevamento dove il benessere animale è curato ai massimi livelli, e non potrebbe essere diversamente proprio perché il benessere dell’animale diventa di conseguenza il benessere dell’allevatore.” (Giovanni Bellina, allevatore di visoni)
Anche in questo settore la “globalizzazione” non è più letta come un problema ma un’ottima e remunerativa opportunità di soddisfare le richieste di un mercato sempre più vorace.
In questo connubio, non può non figurare la presunta sensibilità ambientalista: di fatto, i nuovi allevamenti si vantano del loro essere “assolutamente ecocompatibili”.  Gli allevatori con le loro aziende si ergono così a tutori e conservatori dell’ambiente dimenticandosi forse l’eredità ecocida lasciataci da decenni di iper-sfruttamenti di corpi e Terra.
Se gli allevamenti di visoni non sono in crisi, il discorso della “crisi” è comunque usato dai capofila dell’AIAV come un grande alibi per giustificare l’ingiustificabile ed incentivare sempre più l’adesione e la complicità a questo sistema di annientamento.
Sicuramente le responsabilità dell’attuale situazione di sfruttamento generalizzato, di disagio e miseria non vanno attribuite ad un singolo settore “sbagliato” ma all’intero sistema che nella sua concezione di mondo condanna, a priori, le esistenze di animali, umani e non, e della sopravvivenza della Terra stessa.
Questa, secondo noi, dovrebbe essere la reale crisi di cui dovremmo occuparci.
In quest’ultimo anno è fiorita un’opposizione a questi consolidati e nuovi progetti di allevamenti di visoni. Un’opposizione dalle molteplici voci che, nel portare le diverse istanze, esprime la pluralità di contenuti e pratiche: petizioni, manifestazioni, biciclettate, liberazioni di visoni dagli allevamenti. Qui, ci interessa soffermarci in particolare su quest’ultimo aspetto senza per questo metterlo necessariamente al di sopra di altre scelte di azione.
È importante ricordare che, negli anni passati, le liberazioni e i sabotaggi sono ciò che hanno maggiormente contribuito alla chiusura di numerosi allevamenti di visone in Italia.
Recentemente, sui giornali e siti internet, abbiamo letto le notizie di tre azioni che hanno portato alla liberazione di migliaia di animali e ai danneggiamenti delle strutture di detenzione in Emilia Romagna, Lombardia e in luogo sconosciuto.
Quello che ci interroga è come, all’interno dei diversi contesti antispecisti, vengano interpretate tali azioni. A seguito di alcune liberazioni, regnano piuttosto il silenzio o l’ambiguità. Nel migliore dei casi viene riportata la notizia dei media e, forse, se questi premono, un rapido commento in bacheca. Sentiamo che la mancanza di riflessioni e di chiare prese di posizione è forse un sintomo di una mediatizzazione che coinvolge e si insidia anche nel movimento di liberazione animale. Resistere alla società dello spettacolo è, di questi tempi, difficile di fatto sembra che la rincorsa alla “credibilità” produca una riflessione pre-confezionata per i media stessi o per il “proprio” pubblico.
Queste modalità sembrano agire in direzione di un de-potenziamento del radicale contenuto delle azioni di liberazione: esprime una netta rottura con i sistemi di sfruttamento, esplicita il conflitto e rintraccia le radici delle oppressioni.
Aprire delle gabbie ha un forte significato in sé. Non tutte le azioni di liberazione vengono rivendicate con degli scritti. In molti dei testi diffusi si percepisce forte la volontà di rompere con questo esistente, il rifiuto di sedere ai “tavoli delle trattative” e di iscrivere le azioni e le mobilitazioni dentro un percorso  legislativo. Il messaggio che viene espresso non si limita alla mera riproduzione della pratica stessa, bensì stimola lo sviluppo di un pensiero critico e radicale, da affinare e costruire costantemente nei percorsi di lotta. Le liberazioni ci restituiscono un senso, un bisogno di libertà. La questione è ben altra dal ricorrere ad esperti per valutare gli inevitabili impatti ambientali o per sostenere che il visone è ancora “parte della natura” anche fuori dalla gabbia.
Pensiamo che quello che avviene nei “territori delle pratiche” meriterebbe di essere preso in considerazione, anche solo per esprimere una critica, un dissenso, un apprezzamento…sarebbe forse segno di vitalità, di situazioni che si interrogano sul proprio e sull’altrui agire. Forse troppo spesso si utilizzano categorie o si scelgono forme discorsive che, più o meno implicitamente, rilegittimano i sistemi di sfruttamento o che generano ambiguità.
Siamo dalla parte di chi apre le gabbie.
Siamo dalla parte di quegli animali che corrono liberi nei campi, nella natura.
Coordinamento Liber*Selvadec
Bergamo, 21 Dicembre 2013

mercoledì 11 dicembre 2013

La nostra risposta a Compassion in World Farming

In seguito alla pubblicazione, da parte di BioViolenza e Campagne per gli Animali, dell'appello a prendere le distanze da CIWF - Compassion in Wolrd Farming (qui l'appello con la lista dei firmatari), CIWF ci ha scritto.
Abbiamo pubblicato qui gli argomenti di CIWF.

Desideriamo ora rispondere pubblicamente con alcune importanti precisazioni.

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Gentile Annamaria Pisapia,
vorremmo precisare alcuni punti riguardo la sua risposta alla campagna sottoscritta da molti gruppi animalisti contro le politiche welfariste di CIWF.

Se davvero questa fosse una battaglia intestina all'interno del frastagliato arcipelago animalista, Lei avrebbe ragione a lamentarsi della nostra scelta di schierarci contro CIWF cercando di coinvolgere il più gran numero di associazioni e gruppi animalisti.

Ci permettiamo però di avere seri dubbi sulla reale presenza di CIWF nel panorama animalista italiano. In questi ultimi 20 anni nessuno di noi ha mai visto né sentito né conosciuto alcun attivista della vostra associazione. Il vostro logo lo abbiamo visto, sì, ma solo affiancato a quello di aziende che di certo hanno ben altri scopi che preoccuparsi dell'olocausto animale: sulle tovagliette dei ristoranti Ikea, con la pubblicità Coop per arrivare addirittura ai premi ad Amadori e McDonald's (il peggio che un animale ed un animalista possono pensare come "compagni di strada").

Abbiamo, da quando esistono il coordinamento contro la bio-violenza e il corrispettivo sito, spesso segnalato e commentato le ipocrisie di chi, cercando di placare la cattiva coscienza del consumatore sensibile, gli svende la dignità animale, facendo passare orgogliosamente come una conquista un insignificante miglioramento della schiavitù animale. Se da qualche parte sui vostri siti ci fosse scritto bene, forte e chiaro (ma abbiamo cercato ovunque senza trovare nulla) che siete contro qualsiasi allevamento e uso di animali, le vostre politiche welfariste, per quanto non condivisibili da noi, non sarebbero certamente state bersaglio della nostra indignazione.
Non ci saremmo neppure troppo indignati se aveste scritto chiaramente da qualche parte che la vostra associazione è specista e antropocentrica ma contraria alla eccessiva sofferenza animale. Perché accanirsi con uno schivista buono che cerca di preservare la salute dei suoi schiavi e contemporaneamente avere prodotti migliori? Al massimo vi avremmo criticato (come abbiamo criticato Slowfood) per l'ipocrisia di parlare di etica senza condannare lo sfruttamento animale. 

Il vostro problema è che volete avere il piede in due scarpe e sperate pure che nessuno se ne lamenti! 

Il movimento per la liberazione animale, gentile signora Pisapia, non ha come scopo l'eliminazione della sofferenza animale. O meglio: l'eliminazione della sofferenza animale è sì un obiettivo ma che viene di conseguenza al fine principale che è la liberazione animale dal dominio umano. Ora lei capisce che, se del dominio incontrastato dell'umano CIWF non parla ma ne condanna solo gli aspetti più eclatanti e che inquietano lo sfruttatore medio, significa che l'eliminazione della schiavitù animale non è tra i suoi fini e scopi. Del resto come si potrebbe premiare Amadori se si stesse lottando per la liberazione animale?

Voi vorreste un mondo di schiavisti più gentili (e intanto supportate i peggiori schiavisti in circolazione a cui fate pubblicità per qualche manciata di paglia in più nelle lettiere degli schiavi); venirci a dire che siamo compagni di lotta offende molto per primi gli animali (che, come gli schiavi di un tempo desiderano innanzitutto la libertà e l'autodeterminazione) poi il lavoro di tutti gli attivisti che, senza nessun vantaggio economico e personale, lottano al loro fianco per aiutarli in questa disperata guerra sulla pietà.


La vostra associazione, proprio per l'ambiguità con cui cerca di farsi passare per animalista, per le argomentazioni che usa, per come confonde le idee alle persone più sensibili in un momento storico in cui finalmente si inizia a intravvedere qualche flebile speranza, per come considera ancora gli animali beni di proprietà, per le sue politiche stucchevoli e servili nei confronti della grande industria alimentare, per la sua estraneità alle campagne e battaglie animaliste, per la mediocrità dell'obiettivo finale che si propone, per il doppio standard che usa (se si rivolge ai carnivori suggerisce come scegliere conigli BIO di qualità, se si rivolge a vegetariani e vegan dice di stare lottando per la stessa causa comune), non può che continuare ad essere anni luce distante da noi.



L'unica cosa che davvero ci dispiace è che le associazioni animaliste più "tiepide", insieme a quelle che sottoscrivono la politica dei "piccoli passi" e quelle che credono che non si debba mai prendere posizione CONTRO (quasi che fosse disdicevole dissociarsi da chi inquina le idee e le prassi del più grande progetto rivoluzionario del millennio), potrebbero continuare a pensare che la vostra posizione ambigua non sia pericolosa. In questo periodo storico, dove occorre affermare in maniera inequivocabile che è possibile ripensare il mondo in un modo nuovo, che sia davvero compatibile con la dignità e la libertà di tutti i popoli animali, il vostro messaggio compromissorio e antiquato, è il nostro peggiore avversario.

Cordiali saluti
Bio-Violenza


Ps. Le chiediamo gentilmente dove sarebbe possibile poter prendere visione del bilancio (sia nazionale che internazionale) della vostra associazione.