"I campi di lavoro forzati non sono poi cosi' male. Ce ne hanno fatto visitare uno al corso di addestramento di base. Ci sono le docce, e letti con i materassi, e attività ricreative come la pallavolo. Attività artistiche. Si possono coltivare hobby come l'artigianato, ha presente? Per esempio, fare candele. A mano. E i familiari possono mandare pacchi, e una volta al mese loro o gli amici possono venire a trovarla - Aggiunse: - E si può professare la propria fede nella propria chiesa preferita.
Jason disse, sardonico: - La mia chiesa preferita è il mondo libero, all'aperto." (Philip K. Dick)

martedì 22 maggio 2012

Volantini

Volantino creato da Oltre la Specie per il progetto BioViolenza:

Scarica il volantino in alta risoluzione: fronte - retro






lunedì 21 maggio 2012

Prigionieri felici


PRIGIONIERI “FELICI”
Ettore Brocca, Leonardo Caffo, Marco Reggio

Da: “Altri versi - Sinfonia per gli animali a 26 voci”, a cura di Oltre la Specie (2011)

      



  «I campi di lavori forzati non sono poi così male. Ce ne hanno fatto visitare uno al corso di addestramento di base. Ci sono le docce, e letti con i materassi, e attività ricreative come la pallavolo. Attività artistiche. Si possono coltivare hobby come l'artigianato, ha presente? Per esempio, fare candele. A mano. E i familiari possono mandare pacchi, e una volta al mese loro o gli amici possono venire a trovarla». Aggiunse: «E si può professare la propria fede nella propria chiesa preferita». Jason disse, sardonico: «La mia chiesa preferita è il mondo libero, all'aperto» (Philip K. Dick)[1].

Introduzione

Non poche persone, ai giorni nostri, provano un senso di disagio quando pensano agli allevamenti intensivi. Questa sensibilità si esprime in vari modi: dal rifiuto di informarsi su ciò che lì avviene, alla critica esplicita di tale sistema di produzione, fino alla solidarietà concreta nei confronti delle vittime (vegetarismo e veganismo etici e militanza per i diritti animali). Malgrado l’opinione pubblica esprima una crescente disapprovazione verso la reclusione degli animali all'interno degli spazi angusti ed invivibili degli allevamenti intensivi, la produzione di carne, latte, uova nei paesi occidentali avviene quasi esclusivamente in tali condizioni. Le legislazioni dei paesi industrializzati non recano traccia della sensibilità diffusa contro questo tipo di produzione e non prescrivono neppure che lo sfruttamento debba essere “moderato”. Nonostante tutto, l'industria della carne e le istituzioni (che sono speciste e che partecipano allo sfruttamento degli animali in varie forme) hanno buoni motivi per monitorare la tendenza dei consumatori a scegliere prodotti “alternativi”, ossia la propensione dei cittadini ad esprimere istanze etiche – se non chiaramente politiche – a favore di un trattamento meno crudele degli animali non umani, fino alla richiesta di abolizione della produzione e del consumo di carne. Tali istanze, per quanto confuse, si incentrano sulla critica agli allevamenti intensivi, considerati veri e propri lager per animali, costruiti per una produzione standardizzata, e alla “catena di smontaggio” dei mattatoi che trasforma esseri senzienti in numeri senza volto e, infine, in merce[2]. In questa prospettiva di crescente critica dell'industria della carne e dei derivati, che risposta rappresentano le produzioni di carne biologica, gli allevamenti “a basso impatto ambientale”, a basso spreco di risorse e tutte quelle realtà che fanno proprio l'ambiguo concetto di “benessere animale”?
In questo testo esamineremo alcuni aspetti della diffusione della carne biologica, “sostenibile”, “equa e solidale”, al fine di coglierne il ruolo nella nascente dialettica fra sfruttamento e liberazione degli animali. Ciò che sosterremo è che nessuna critica allo sfruttamento e all’uccisione può essere risolta in una diminuzione del numero dei morti o dell’entità dello sfruttamento. Non è, infatti, sufficiente criticare genericamente un fenomeno, bisogna piuttosto far emergere le contraddizioni che lo caratterizzano, senza minimizzarne la portata ideologica e, quindi, le sue ripercussioni nella vita reale. Un movimento per la liberazione animale, consapevole della profondità delle proprie istanze e delle loro potenzialità, ha il compito di individuare le tendenze del sistema dello sfruttamento prima che esse si affermino in modo pressoché irreversibile, svelando e contrastando sul nascere le nuove strategie di dominio. Solo un atteggiamento di questo tipo può evitare, a chi sostiene la causa animale, di agire costantemente “al seguito” delle azioni intraprese dagli apparati specisti.

La “carne felice”. Matthew Cole ha ben analizzato il fenomeno e tutta la falsa retorica del benessere animale, alla luce del pensiero di Foucault sul potere disciplinare e sul potere pastorale, esemplificandolo con l’ossimoro “carne felice”[3]. Negli ultimi anni – in Italia e non solo – l’ideologia del consumo etico e sostenibile della carne animale è stata presentata ai consumatori come portatrice di nuovi standard di benessere animale, in numerosi ambiti: dallo sviluppo di una legislazione sugli allevamenti biologici, alla presentazione di modelli di produzione e consumo contrapposti al sistema industriale; dalle fiere dei produttori “sostenibili”, alla diffusione delle fattorie didattiche come strumento di propaganda capillare di una “nuova” visione del rapporto umano/non umano. L'obiettivo è quello di tacitare le coscienze entro quella che viene definita, in modo del tutto paradossale, una prospettiva “etica”, prospettiva che porta in primo piano la necessità di riflettere sul consumo e sullo spreco delle risorse alimentari. All'interno di questo paradigma, l’animale perde lo statuto di mera oggettualità (tipico del sistema industriale) per diventare qualcosa di più di una delle diverse risorse alimentari da tutelare. L'animale non è più pensato alla stregua di una macchina, come voleva Cartesio, ma è concepito come un essere vivente da accudire e mantenere in salute: il benessere che gli abbiamo gentilmente concesso potrà, così, essere trasferito al consumatore umano nel momento stesso in cui lo divora.
Il concetto di animale-macchina appare superato e sempre meno credibile agli occhi dei consumatori occidentali, ogni giorno più critici nei confronti del sistema di produzione degli allevamenti intensivi. L’istituzione di luoghi (reali e simbolici) in cui la schiavitù sembra sposarsi, seppur in modo ambiguo, con la cura, il benessere, l'attenzione alle caratteristiche etologiche e ad altre esigenze delle specie sfruttate, può fungere allora da valvola di sfogo del senso di colpa e di frustrazione del consumatore sensibile. Gli allevamenti biologici, la carne “a basso impatto ambientale”, le fattorie tradizionali a conduzione familiare, rassicurano le persone, ripetendo loro che è possibile sfruttare ed uccidere in modo giustificabile. Rassicurano persino le sensibilità più “avanzate”, sottintendendo che anche chi si batte contro la schiavitù e l'uccisione tout court dovrebbe felicitarsi della proliferazione dei “lager etici”, in quanto costituirebbero un passo in avanti nella direzione della cessazione del massacro. In realtà, tali forme di sfruttamento sono funzionali al consumo dei prodotti dell’allevamento intensivo che, nell'immaginario collettivo, iniziano a collocarsi nel limbo di un passato di barbarie superata o in via di estinzione e nelle pieghe di culture “inferiori” da convertire ai nostri metodi “più nobili” di reclusione, fecondazione, cura veterinaria e, infine, macellazione. . Che l’alternativa “bio” sia una pura illusione è subito chiaro se si pensa alla sua ipotetica realizzazione su scala planetaria: un'economia basata sul “ biologico”, sull'ampliamento delle gabbie, sull’alta qualità dei prodotti non sarebbe in nessun modo in grado di sfamare l’intera popolazione umana.
La contraddizione di questo recente business, in cui si pretende di concedere benessere a quegli stessi animali che poi verranno inevitabilmente macellati (la loro vita è stata resa, tutt’al più, un po’ più “lunga e tranquilla” rispetto a quella degli animali allevati industrialmente) è fin troppo semplice da evidenziare. Questo nuovo settore produttivo cerca di rimodulare il consumo della carne attraverso una formulazione etica del trattamento degli animali non umani che si risolve, invariabilmente, nella morte, come sempre dolorosa e brutale, di questi ultimi. Il solo accostare parole come “felicità” e “carne” rende palese il paradosso in questione. Accanto alle “guerre umanitarie” e alle “missioni di pace” compare, ora, anche la “carne felice”.
Sgombrato il campo dalla brutalità palese e dalla spersonalizzazione della catena di smontaggio, restano dei soggetti riconosciuti relativamente come tali e, pertanto, ritenuti addirittura consenzienti, lieti, cioè, di offrire agli umani più compassionevoli i propri prodotti e di sacrificare in loro nome i propri figli e il proprio corpo. Li vediamo, così, ammiccare dalle insegne dei macellai, dai loghi degli allevatori “sostenibili”, dalle pubblicità dei produttori biologici: maiali che sorridono prima di diventare prosciutti, mucche che offrono generosamente il proprio latte, pesci che saltano fuori dall'acqua per gettarsi direttamente in padella, animali che abbracciano contenti il proprio carnefice.
La strategia scelta dallo specismo per perpetuarsi è, per certi versi, molto efficace; per altri, presenta qualche rischio. Quando si ammette che gli animali siano dei soggetti, e pertanto dotati di esigenze proprie, qualcuno potrebbe trarne davvero tutte le conseguenze, mettendosi finalmente in ascolto della voce degli oppressi. Difficilmente, allora, continuerebbe a vedere, in quei corpi straziati e smembrati, degli animali felici. Si paleserebbe, insomma, l’impossibilità di un consumo etico della carne: nessuna forma di uccisione e sfruttamento può essere accettata a priori come giusta o giustificabile. La mortificazione dell’animale, in una prospettiva falsamente etica come quella della “carne felice”, diventa qui ancora più evidente che nell’ambito del sistema della macellazione industriale. Riconoscere agli animali il diritto al benessere (che, anche se ciò viene spesso ignorato, dovrebbe presupporre quello alla vita) risulta del tutto incompatibile con le pratiche di uccisione e sfruttamento cui sono sottoposti. Il presunto interesse per la condizione animale si rivela allora meramente funzionale e strumentale al conseguimento di vantaggi per i soli consumatori umani: maggior salubrità delle carni, gustosità incrementata, minor spreco di risorse della collettività, inquinamento ridotto, ecc. I vantaggi per l’uomo degli allevamenti biologici, che indubbiamente sono reali, non possono però essere utilizzati per sviare l’attenzione dalla sofferenza e dall'uccisione di altri individui.
Esiste, poi, un secondo aspetto della questione, complementare al primo. Se è vero che l'ideologia della “carne felice” serve a tacitare le coscienze critiche nei confronti degli allevamenti intensivi (permettendo così di perpetuarne l’esistenza), al tempo stesso essa reintroduce nella vita quotidiana e nell'immaginario collettivo degli abitanti urbanizzati dei paesi industriali pratiche zootecniche di un passato ormai dimenticato. Tali pratiche, presentate come un progresso nel rapporto con gli animali, provengono da tradizioni contadine e da sistemi di produzione famigliare, da tempo confinati in aree agricole marginali almeno per quanto riguarda i paesi occidentali. Il recupero delle piccole fattorie, del rapporto diretto con i produttori, del contatto con gli animali da reddito colma una mancanza avvertita in modo sempre più diffuso dai cittadini inseriti in contesti urbani da almeno un paio di generazioni. Le persone – come spesso si sente dire – non incontrano più gli animali, non conoscono la provenienza dei cibi che consumano, non sanno come vivono mucche, maiali, galline, ecc. Le reti di consumo a chilometro zero, i gruppi di acquisto solidali (con gli umani!), i progetti di recupero dei piccoli allevamenti, le fattorie didattiche costituiscono tutti dei tentativi di colmare questa lacuna, cercando di recuperare, almeno in parte, quanto perduto con l'industrializzazione. Tuttavia, occorre riflettere su quanto effettivamente è andato perduto. Per quanto riguarda gli umani ed i rapporti di produzione, è possibile in effetti che siano scomparse forme di convivialità, di vicinanza, di produzione “a misura d'uomo” che meriterebbero di essere riprese e valorizzate. E per quanto riguarda il rapporto con gli animali non umani? Le persone incontravano effettivamente gli animali, ma li “incontravano” nel contesto di rapporti di sottomissione e di violenza unilaterale, non certo nell’ambito di rapporti paritari di reale conoscenza dell'altro. I contadini incontravano gli altri animali per annullarne esigenze e personalità in un modo ben più concreto di quanto non faccia il moderno acquirente “da supermercato” che, comprando “animali inscatolati”, è impossibilitato, almeno fino ad un certo punto, a collegare quella “merce” che acquista con la sofferenza e la morte da cui deriva. Gli umani incontravano gli animali – è bene ricordarlo – perché sovente li uccidevano con le loro stesse mani, dopo averli accuditi per mesi o per anni. Oggi, il cittadino medio, non sa da dove vengono i cibi che mangia (men che meno sa chi mangia), e soprattutto non sa come vivono gli animali. Sapere, però, come vivono esseri senzienti rinchiusi in una fattoria non significa certo sapere come potrebbero vivere se fossero liberi. L'industrializzazione, allontanando i mattatoi e gli allevamenti dagli sguardi delle persone, ha reso possibile il consumo smodato di cadaveri, ma al tempo stesso ha creato le condizioni culturali al cui interno la visione diretta della morte degli animali e delle brutalità cui sono sottoposti è diventata insopportabile per buona parte dei consumatori. Tale elemento, grave contraddizione del sistema di sfruttamento degli animali nel capitalismo avanzato, si rivela potenzialmente pericoloso. Non è un caso che le istanze animaliste ed antispeciste siano sorte proprio nei paesi occidentali, in cui è possibile una presa di distanza dalla morte degli animali come elemento integrato nella vita quotidiana. É per questo che nei paesi occidentali si stanno sviluppando tentativi di reintrodurre l’allevamento e l' “uccisione umanitaria” delle “bestie” nella normale quotidianità. Con le fattorie didattiche, in particolare, gli abitanti delle grandi città sono incoraggiati a recuperare fin dalla più tenera età un contatto apparentemente spontaneo e libero con gli animali e con la loro vita. In realtà, lungi dall'essere libera, la relazione dei visitatori-consumatori con le future merci è guidata dai produttori. I carnefici, insomma, decidono gli spazi in cui tale relazione si svolge (spazi di dominio opportunamente ampliati), le modalità dell’incontro (i tempi e i gesti del quale sono rigorosamente imposti dall'uomo) e, infine, il suo significato simbolico (addirittura si danno in adozione, a distanza, animali da sfruttare e uccidere). Quest'ultimo aspetto assume particolare rilevanza: lo scopo è quello di reintegrare nella percezione di ciò che è normale l'autorità dello sfruttatore in una versione paternalistica, la violenza sull'animale e la sua morte in una modalità “dolce”.

Note conclusive, ossia abolire la schiavitù[4]
Il punto di partenza di ogni riflessione sulle forme di produzione che coinvolgono in modo massiccio esseri senzienti dovrebbe sempre essere quello di provare ad adottare la prospettiva di questi ultimi. Gli animali detenuti negli allevamenti “sostenibili” possono certamente trarre un relativo giovamento dalla maggior ampiezza delle gabbie, dalla possibilità di tenere con sé i propri figli qualche giorno in più, forse anche dal prolungamento della propria vita di qualche settimana. Ma se potessero scegliere – scegliere veramente, e non optare fra una schiavitù brutale e una sua versione più edulcorata – sceglierebbero senza dubbio la libertà. In contrasto con la scelta di finire la propria esistenza in un mattatoio oggi piuttosto che domani (o persino dopodomani), sceglierebbero di non andarvi mai. In virtù di tutto ciò, non si vede in che modo questi schiavi potrebbero essere interessati al minor inquinamento provocato dalle proprie deiezioni o dall’uso di pesticidi meno tossici, agli indubbi vantaggi del “biologico” per la salute umana o al miglior utilizzo di acqua, terreno e cereali.
Nessun animale vuole gabbie più larghe o una vita leggermente più lunga: la prigionia animale deve essere combattuta senza sconti e senza false ipocrisie. Proprio per questo, è necessario affermare, senza ambiguità, che il paradigma della “carne felice” si costituisce come una vera e propria violenza programmatica all’insegna dei buoni sentimenti: il grottesco interesse per il benessere animale palesa la triste contraddizione in cui l’umano padrone cade ogni volta che cerca di giustificare la propria barbarie.
Il compito di chi vuole dare voce agli animali sfruttati dovrà quindi essere quello di parlare della loro schiavitù chiedendone apertamente l'abolizione. A tale scopo, sarà allora necessario denunciare le contraddizioni di un sistema che promuove sempre e comunque il mattatoio, giustificando la più cruda violenza con la più accettabile “sensibilità per il benessere animale”. Far risuonare la voce degli sfruttati è chiedere l’abolizione della schiavitù sia nella versione spietata che in quella “dolce”, giustificando la prima con la seconda.




[1] Philip K. Dick, “Scorrete lacrime, disse il poliziotto”, trad. it. di V. Curtoni, Mondadori, Milano, 1998, p.146.
[2]In questo ambito, il «Movimento per l’Abolizione della Carne» (www.aboliamolacarne.blogspot.com) rappresenta una delle realtà più interessanti in quanto contesta indistintamente ogni tipologia di allevamento, caccia e pesca.
[3] Matthew Cole, «Dagli “animali macchina” alla “carne felice”. Un’analisi della retorica del “benessere animale” alla luce del pensiero di Foucault sul potere disciplinare e quello pastorale», trad. it. di M. Filippi, in «Liberazioni», n. 3, 2010, pp. 6-27.
[4] Per seguire gli sviluppi del progetto di contestazione degli allevamenti biologici, cfr. www.bioviolenza.blogspot.com.

mercoledì 11 gennaio 2012

SERVIZI TELEVISIVI AMBIGUI: Stoppa, fratello o schiavista?


Lettera aperta a Striscia la notizia
Se ogni giorno il nostro cervello viene bombardato di informazioni di ogni tipo da radio, tv e giornali, nell'ultimo periodo si è presentato ai nostri occhi un fenomeno che ai più potrebbe sembrare di vera informazione. Proprio nell'ora di cena, mentre allegre famigliole stanno desinando, un noto tg satirico presenta agli occhi degli italiani le piaghe sociali che affliggono il Belpaese, mostrando in servizi spot ciò che viene ogni giorno perpetrato ai danni della società.
Quasi ogni sera è possibile vedere l'inviato Edoardo Stoppa, ribattezzato il fratello degli animali, alle prese con animali non umani di ogni specie, da Vicenza ad Aragona. E' lui il vero paladino degli animali, che parla di vacche maltrattate durante i trasporti insieme a Polstrada e Ulss vicentine, oppure narra di canili lager (o mancanza di canili) nell'agrigentino, passando per la spinosa questione dei cani rinchiusi nell'allevamento per la vivisezione Green Hill 2001 di Montichiari in provincia di Brescia, senza dimenticare i cavalli del frusinate tenuti legati a catena dentro camper in disuso con tanto di flebo in bella vista. Lì era addirittura bastata una stretta di mano per porre fine allo scempio nei confronti del Gondrano del momento. Mentre i più, animalisti e no, dunque, cantano le lodi del fratello degli animali e invocano da tutta Italia il suo intervento, altri - stanchi delle strette di mano e delle invocazioni retoriche di decreti legislativi mai più approvati – tentano di guardare oltre.
E vedono che il primo dicembre 2011 Edoardo Stoppa si pronuncia su un allevamento di maiali posti sotto sequestro, dove a causa di un contenzioso con un fornitore di mangimi 300 mila maiali stanno morendo di fame.
Di primo acchito sembrerebbe che l’amico sia lì per salvare tutti dall’inedia; addirittura che la sua missione sia quella di renderli tutti felici e finalmente liberi. Niente di più falso. Quando l'allevatore – si tratta di un allevamento intensivo di decine di migliaia di maiali, nulla a che vedere con un’idealizzata fattoria – si produce in un pianto poco convincente, Stoppa pare commosso e del tutto partecipe dell’infelicità della vittima della situazione: lo sfortunato allevatore.
Sapendo, come ci è stato detto, che si tratta di un allevamento intensivo e quindi del tipo in cui le condizioni di vita degli animali detenuti fino al giorno della vendita all’industria alimentare comprendono castrazioni a vivo e amputazioni, oltre che una successione infinita di parti e la gestazione in contenzione per le scrofe, ci si domanda come sia possibile che Stoppa non sia affatto al corrente di tutto ciò e che invece invochi per i maiali moribondi quelle “cure mediche” che spetterebbero loro di diritto.
La beffa continua quando il conduttore ci informa contrito che ben cinquecento “cuccioli” stanno morendo perché non vengono più nutriti dalle madri (le quali giacciono abuliche al suolo), mentre quelli già svezzati periranno di una morte… udite, udite: INUTILE. Sì, abbiamo sentito bene: la morte dei maialini senza cibo è nient’ altro che inutile. Riteniamo molto grave che il conduttore finga di non sapere che quei teneri piccoli sono quello che normalmente finisce nel piatto – anche nel suo, Stoppa non risulta essere vegetariano – attraverso il passaggio obbligato del macello. Com’è altrettanto grave che egli sostenga (animato da quella che non si può che definire falsa ingenuità) un’idea tanto ambigua sull’esistenza dell’allevamento di maiali che sta visitando e sulla fine che aspetta ognuno di quei trentamila individui, senza distinzione - cuccioli inclusi.
Dalla scelta dell’aggettivo inutile traspare inequivocabilmente quale sia davvero l’opinione di Stoppa. Perché - e per chi - sarebbe mai inutile, questa morte? Ma per l’allevatore! Il quale avrebbe potuto vendere i malcapitati – o spedirli al macello – prima di vederli deperire senza produrre reddito, prima che si deteriorassero come merce avariata, inutile materia inerte, morta ma non più commestibile. Un vero spreco, non c’è che dire.
Quei trentamila maiali non sono dunque esseri senzienti privati di una libertà mai avuta, bensì oggetti di proprietà che possono essere posti sotto sequestro e lasciati morire, considerato che sia per definizione (animali da carne) che per nascita (allevamento) il destino che li aspetta è la reificazione in cibo attraverso il passaggio obbligato nell’industria alimentare. Carne da macello, appunto.
Non commuovono le false lacrime - o lacrime false? - dell’ipocrita allevatore che dichiara al pubblico televisivo di sentirsi “violentato dentro” in un metaforico ribaltamento di prospettiva che risulterebbe ridicolo, se non fosse preoccupante: quanti tra gli animalisti davanti allo schermo valuteranno quell’esibizione sentimentale per quello che è: carità pelosa che sancisce e giustifica che ogni anno vengano messi a morte 800 milioni di animali per l’industria alimentare? Quanti non si faranno abbagliare dal buon cuore del sedicente fratello degli animali, da quel vecchio pietismo zoofilo che se fa chiudere un canile lager non prende posizione contro lo sfruttamento animale?
Stoppa così si rende rappresentante di un modo di rapportarsi agli altri animali superato, un atteggiamento che mantiene i rapporti di gerarchia e di distinzione e che non solo pone gli esseri umani su uno scalino diverso - e più alto - rispetto agli animali tutti, ma ordina anche gli animali secondo la specie di appartenenza. Secondo questa forma mentis non solo gli esseri umani non sono animali, ma neppure gli animali sono tutti uguali: gli animali cosiddetti “da reddito”, infatti, hanno come prospettiva socialmente accettata la schiavitù e la morte per diventare o produrre cibo (latte, uova) per il consumo (non solo umano). Alcuni animali sono meno uguali degli altri, ci insegna il loro sedicente fratello e - poco audace - difensore.
Sul medesimo contestabile assunto pesa la nostra società antropocentrica e specista, che non teme minimamente interventi come quelli di Stoppa poiché essi non solo non la pongono in discussione ma la garantiscono sulla base del principio secondo cui ognuno deve restare al proprio posto, come previsto dalla tradizione, dalla storia. L’unica responsabilità riconosciuta agli sfruttatori resterebbe dunque quella del benessere, perché se la morte deve essere utile, la sofferenza è inutile – e sciupa la materia prima.
Così si tacitano le coscienze, così ci si mette l’animo in pace: trattare bene i morituri è presentata come un’auspicabile pratica umana, mentre si tratta solo di un’ambigua pratica di redenzione necessaria a tutta l’umanità che ritiene imprescindibile il proprio diritto di cibarsi di altri – ma non di tutti gli altri! - animali.
Che Edoardo Stoppa esibisca stupore e si scandalizzi di fronte al destino a cui sono stati abbandonati trentamila animali da macello non fa che evidenziare l’ambiguità della sua presa di posizione, ammesso che di presa di posizione si possa parlare. Il suo buon cuore non è molto diverso da quello dell’allevatore che trae reddito da chi vende e acquista (e manda al macello, ma tratta bene) e dell’animalista che salva il gattino e si mangia la bistecca a pranzo.
La superficialità con cui Stoppa parla di argomenti come questo, senza alcun approfondimento critico, mostra quanto il suo messaggio sia ambiguo: inneggiando alla vita e alla salute di animali destinati a diventare carne, nasconde una verità che è lampante nelle nostre coscienze ma che non si può portare alla luce perché equivarrebbe ad ammettere che nel piatto c’è parte di qualcuno che aveva occhi e cuore, aveva sentimenti e provava dolore. Il fratello degli animali preferisce fingere di non sapere che quei maiali e maialini, che vediamo in tv all'ora di cena insieme ai nostri figli, sono teneri e commoventi ed è una crudeltà farli soffrire, ma faranno comunque una brutta fine: moriranno di morte violenta entro le mura di un lurido macello, lontano dalle telecamere e dagli occhi di tutti, tra urla strazianti e sangue rappreso, sangue dei suoi fratelli animali, sangue di nostri fratelli non umani… ma poi, sarebbe ancora possibile dire che il prosciutto è buono e fa bene? Ancora possibile mangiarlo? Ancora possibile definirsi fratello degli animali?


Oltre la Specie

martedì 20 dicembre 2011

Parte terza: GreenPeace da che parte sta? Valutate...


Ed eccoci giunti alla risposta di GP, che sfata i nostri sospetti:

Buongiorno,
rispondo in merito alla sua segnalazione a seguito del lancio del nostro questionario sul tonno.
A Greenpeace ci sono onnivori, vegani e vegetariani: le scelte di consumo non sono un fattore discriminante. La scelta vegetariana/vegana (che rispettiamo) è una scelta personale che per vari motivi - culturali, di salute, di contesto geografico - non tutti possono sostenere, né tantomeno è il nostro ruolo quello di sponsorizzare una dieta o uno stile di vita.
Quello che sosteniamo è che dobbiamo tutelare il Pianeta e tutti gli esseri viventi che lo abitano per garantire al Pianeta stesso un futuro.
Le tartarughe non sono più importanti del tonno. Il punto è che alcune specie di tartarughe e squali sono a rischio estinzione e l'uccisione anche di poche migliaia di esemplari potrebbe distruggere le popolazioni di tartarughe e squali esistenti.
Per quanto riguarda il tonno, non interferiamo con le scelte dei singoli ma chiediamo all'industria del tonno in scatola di garantire piena tracciabilità e trasparenza, di non pescare specie a rischio e di impegnarsi a vendere solo tonno pescato in maniera sostenibile, per esempio con amo e lenza o senza FAD.
Comprenderà dunque come il questionario sia stato formulato proprio per raccogliere un campione significativo di risposte da parte dei consumatori di tonno, nell’ottica di una strategia specifica di campagna.

Certa di avere risposto alle sue domande le porgo cordiali saluti

Irene Longobardi
Relazioni con i sostenitori
Greenpeace ONLUS
Via Della Cordonata, 7

00187 Roma



La nostra risposta

Gent.ma Sig.ra Longobardi,

Finalmente è giunta, al terzo scambio di lettere, l'ammissione che attendevamo. Il questionario è, come Lei stessa scrive, "stato formulato proprio per raccogliere un campione significativo di risposte da parte dei consumatori di tonno". Benissimo. C'è però un piccolo particolare che non quadra: il sondaggio, come tutta la campagna "Tonno in trappola", non prevede l'esclusione di parte di pubblico.
In pratica: NON RISULTA ESSERE INDIRIZZATO AD UN PUBBLICO PRESELEZIONATO.

Quindi, per non perpetuare ulteriori fraintendimenti, Vi consigliamo di evidenziare che il Vostro sondaggio è RISERVATO a chi non intende in alcun modo mettere in discussione la legittimità della strage quotidiana dei tonni o di qualsiasi altro abitante del mare (o della terraferma!) per l'alimentazione umana.

Poichè l'opzione vegana, pur rappresentando la soluzione delle problematiche trattate, non viene da Voi neppure menzionata , Vi chiediamo di dare evidenza alle motivazioni dell'esclusione, altrimenti arbitraria, della considerevole parte di pubblico che ha già scelto nella pratica quotidiana di "salvare il tonno".

Saluti
BioViolenza

giovedì 1 dicembre 2011

Quando la risposta di GreenPeace è “insostenibile”

Alla prima mail di protesta come Bioviolenza e come attivist* singol* abbiamo ricevuto tutt* la stessa risposta:


Buongiorno XXX (nome preso dalla firma in calce),

è necessario precisare che Greenpeace è un'associazione ambientalista, non animalista, e quindi non ritiene che gli animali non debbano essere catturati e/o mangiati "a prescindere".
Qui a Greenpeace ci sono persone che mangiano carne o pesce, persone vegane e persone vegetariane: l'alimentazione non è un fattore discrimante. La scelta vegetariana/vegana (che rispettiamo) è una scelta personale che per vari motivi - culturali, di salute, di contesto geografico - non tutti possono sostenere.
Quello che sosteniamo è che tutti gli animali - ma anche tutte le piante, tutti gli uomini e...tutto il resto - debbano essere tutelati in modo da avere un futuro.
Le tartarughe non sono più importanti del tonno. Il punto è che alcune delle specie di tartarughe e squali sono a rischio di estinzione e l'uccisione anche di poche migliaia di esemplari potrebbe distruggere completamente queste popolazioni.
Per quanto riguarda il tonno, non interferiamo con le scelte dei singoli ma chiediamo all'industria del tonno in scatola di garantire piena tracciabilità e trasparenza, di non utilizzare specie a rischio e di impegnarsi a vendere solo tonno pescato in maniera sostenibile, per esempio con amo e lenza o senza FAD.
cordialmente

Giorgia Monti
Responsabile Campagna Mare
Greenpeace Italia

ANCHE VOI AVETE RICEVUTO LA STESSA RISPOSTA STANDARD, INDICE DI UN'ATTENTA LETTURA DELLE RIMOSTRANZE SOGGETTIVE?

RIBADIAMO CHE GREENPEACE DEVE CHIARIRE LA SUA POSIZIONE E ABBIAMO INVIATO QUESTA SECONDA MAIL (ci risponderanno?):

Gentile Sig.ra Monti,

la ringraziamo per la risposta, evidentemente standard, che ha voluto inviarci.
E' insignificante che Lei affermi che la scelta vegana/vegetariana sia da Voi rispettata, quando, nei Vostri sondaggi, non viene considerata neppure come opzione. Eppure, dato che suggerite che
le scelte di consumo individuali possono influire significativamente su problemi come la pesca del tonno, dobbiamo fare notare che il rifiuto di mangiare animali avrebbe un impatto decisamente più consistente su tale problema, oggetto della Vostra campagna.

Il fatto che Greenpeace sia un'organizzazione che opera a livello planetario non giustifica le Vostre posizioni evasive sulla questione politica dello sfruttamento animale. Nè il fatto che al polo nord non esista la possibilità di sopravvivere se non cacciando e pescando ci autorizza a fare altrettanto e a uscire di casa la mattina imbracciando un fucile o una canna da pesca per procurarci il cibo, magari vestiti di pelli e pellicce.
E' nostro obbligo, in quanto agenti morali, preferire le pratiche che riducono quanto più possibile il danno ad altri, siano essi umani, che nonumani.
Ecco perchè non consumare animali è un obbligo etico e non una banale scelta dietetica.

Nessuno, nè tanto meno un'organizzazione come la Vostra, che dall'opinione pubblica viene considerata come portatrice di alti valori morali, dovrebbe esimersi dal confrontarsi con la realtà dello sfruttamento animale, esponendosi pubblicamente e in modo chiaro.

Confidando in un ripensamento per una riformulazione della campagna in oggetto, salutiamo.

BioViolenza

martedì 22 novembre 2011

GreenPeace: quando la mattanza dei tonni è “sostenibile”...


Qualche giorno fa, Greenpeace ha pubblicato un sondaggio dal titolo inquietante "Tonno in trappola!" (http://www.greenpeace.it/tonnointrappola/sondaggio/) sul "tonno sostenibile", dove vengono poste quattro domande, capolavori di ipocrisia, dove GreenPeace non viene neanche sfiorata dall'idea che l'unico "tonno sostenibile" sia il tonno vivo, libero e che abita nelle profondità marine.
Desideriamo esprimere sdegno riguardo al sondaggio da voi proposto, in quanto lo stesso non contiene l'opzione antispecista che ha condotto molte persone a non consumare i corpi degli animali ed i prodotti dello sfruttamento animale.
Dare per scontato che tutti i partecipanti al vostro sondaggio si cibino delle spoglie degli animali offusca quell'idea di rinnovamento etico-culturale del quale l'opinione pubblica vi ritiene portatori.

Una sparuta minoranza vi risponderà che cerca un prodotto "sostenibile" e questa minoranza è composta da chi economicamente può' permettersi di spendere un po' di più e sentirsi con la “coscienza pulita” per aver salvato tartarughe e squali, e rassicurata dal mangiare in modo “sano”.
Ma vi rendete conto del danno che procurate con questo sondaggio? Vi rendete conto che la nonviolenza di cui vi ammantate e' un valore che include ogni essere vivente?

Perché scrivete nella vs. missione (http://www.greenpeace.org/italy/it/chisiamo/Missione/) che siete nonviolenti e che vi autofinanziate per non essere in balia di qualsivoglia realtà economica e/o politica, quando diventate voi stessi strumenti di liceità della nuova frontiera del business biologico che prevede l'uccisione di esseri senzienti?
Vi definite ambientalisti. L'ambiente é costituito da un ecosistema che deve essere rispettato e all'interno del quale ogni singola specie ha il suo motivo d'esistere. Allora ci domandiamo, Greenpeace ha qualche canale privilegiato con l'habitat e quindi stabilisce chi può vivere e chi morire? Ma non e' l'ecosistema che provvede a ciò e non una delle tante specie esistenti al suo interno, ossia l'animale umano?
Vi esortiamo ad abbandonare questo sondaggio, perché, lo ribadiamo, fa gli interessi di una sola realtà, quella della produzione industriale, che coadiuvate, come call-center, invitandola a modificare il tipo di produzione di cadaveri (bio-sostenibili naturalmente) per venderne di più e non per denunciare questa stessa mattanza.
Vediamo gravi incongruenze con la missione da voi stessi stilata e, per correttezza, vi invitiamo a rivedere la vostra posizione o a contestualizzare i concetti di nonviolenza e rispetto (specisti) da voi sottoscritti.
Dite che la vostra speranza che “tutti gli animali debbano avere un futuro” per voi significa che “tutte le specie di animali debbano avere un futuro”? Perché qui occorre intendersi con le parole. Tantissime persone pensano, sbagliando, che voi abbiate a cuore i singoli individui animali, la loro sofferenza, il loro benessere. Dovete spiegare per bene, chiaramente e senza mezzi termini, che non è così, che a voi interessa solo che tra 100 o 1000 anni ci siano ancora sia qualche tartaruga che qualche squalo che qualche tonno… ovviamente solo perché gli uomini di domani possano avere un po’ di biodiversità da gustarsi.

Il fatto che l’alimentazione non sia per voi un fattore discriminante è proprio il segno dell’ambiguità della vostra posizione. Che da voi ci siano vegetariani, vegani, onnivori non è di per sé rilevante.

La cosa grave è che come associazione non abbiate le idee chiare sull’argomento e che pensiate che il non cibarsi di animali sia una semplice scelta individuale e non una presa di posizione politica rispetto allo sfruttamento degli altri animali.

Con dispiacere dobbiamo riconoscere quanto le istanze ecologiste da voi avanzate siano distanti da quelle conquiste civili che solo una coerente impostazione etica potrà determinare.

Saluti
BioViolenza


ALLORA DICIAMOGLI COSA NE PENSIAMO!

Se volete scrivere a GreenPeace cosa ne pensate del loro modo di difendere l'ambiente e gli animali ispirandosi ai principi della nonviolenza (vedi pagina "chi siamo: mission" ), potete farlo ai seguenti indirizzi email:

Per informazioni generali: info.it@greenpeace.org
Per contattare l'ufficio stampa: ufficio.stampa.it@greenpeace.org
Per contattare il servizio sostenitori: sostenitori.it@greenpeace.org
Per contattare il dialogo diretto: barbara.amati@greenpeace.org